Automotive, componentistica italiana in frenata: i dati dell'Osservatorio ANFIA 2025

Pubblicato il 10 Luglio 2026

Un suicidio industriale“, così Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, definisce l’attuale rotta intrapresa dalle istituzioni europee per il comparto automotive. In un editoriale pubblicato di recente sul quotidiano “Il Tempo”, l’analisi di Guidesi si trasforma in un atto di denuncia contro una transizione ecologica priva di una reale programmazione sostenibile per la filiera, condizione che ha mutato un’opportunità di sviluppo in una crisi che ha finito per indebolire le basi della capacità produttiva nazionale ed europea.

Una crisi produttiva preannunciata

Le radici di questo monito risalgono a circa cinque anni fa, quando l’amministrazione lombarda aveva già prospettato i rischi derivanti da una regolamentazione europea troppo rigida, ideologica e priva di un solido supporto industriale. In quel periodo, l’assessore aveva ipotizzato che il nuovo corso avrebbe messo a repentaglio migliaia di posti di lavoro, con una stima di almeno ventimila occupati in bilico nel solo territorio regionale. Nonostante i tentativi di dialogo, le preoccupazioni espresse sono state ignorate dalle istituzioni di Bruxelles, portando oggi alla luce le fragilità di una filiera che fatica a mantenere i propri standard competitivi in termini tecnologici ed energetici. 

Il limite dell’unica direzione tecnologica: l’elettrico

Secondo l’analisi di Guidesi, l’errore principale risiede nell’aver imposto, sul piano normativo, un’unica direzione tecnologica, identificata nella propulsione elettrica, a scapito di altre possibilità nel mix tecnologico. Questa impostazione ha nel tempo favorito i produttori internazionali, specialmente quelli che già detenevano un controllo capillare sulle materie prime necessarie per le batterie, un ambito in cui il vecchio continente partiva con un netto svantaggio. In quel contesto, evidenzia Guidesi, l’agenda politica Europa sembra aver agito seguendo schemi puramente teorici e ideologici, tralasciando la realtà dei mercati e indebolendo la forza produttiva che storicamente ha caratterizzato l’automotive europeo.

Neutralità tecnologica per salvare l’industria automotive

Per rimettere in moto il settore, la proposta che arriva dalla Lombardia punta sul principio di neutralità tecnologica, un concetto che dovrebbe permettere di esplorare e adottare ogni soluzione utile all’interno del mix tecnologico, come ad esempio i biocarburanti, riconosciuti di recente grazie anche all’impegno congiunto che ha coinvolto università, portatori di interesse e le regioni dell’Unione Europea riunite nell’Automotive Regions Alliance. Lasciare spazio a queste strade alternative altrettanto efficienti sul piano della decarbonizzazione consentirebbe, infatti, di migliorare i trasporti e la mobilità, valorizzando l’industria locale senza imporre divieti a priori.

Un possibile effetto domino sull’economia e sulla società

Il timore espresso nell’editoriale va oltre i confini delle officine e delle fabbriche di componenti, arrivando a ipotizzare che quanto accaduto con i veicoli possa ripetersi in altri ambiti produttivi vitali per l’Unione europea. Se la gestione della crisi attuale non troverà un punto di svolta per cambiare approccio, avvisa Guidesi, l’UE rischia di perdere la propria indipendenza produttiva e di scivolare verso una desertificazione industriale permanente. L’obiettivo deve essere, quindi, quello di proteggere l’autonomia tecnologica, evitando che la transizione verde si traduca in una perdita di competenze e in nuove difficoltà economiche e sociali.