Pubblicato il 15 Gennaio 2026
L’Unione europea si appresta a voltare pagina nel lungo diario della sostenibilità dei trasporti, un percorso iniziato oltre trent’anni fa con il debutto dei primi standard Euro 1 nel 1992. Dal novembre del 2026, la mobilità europea entrerà, infatti, in una nuova era con l’entrata in vigore della normativa Euro 7, un pacchetto di regole che promette di rendere l’aria delle nostre città sensibilmente più respirabile attraverso controlli che superano la semplice analisi dei fumi di scarico.
Se le precedenti versioni della legge si erano concentrate quasi esclusivamente su ossidi di azoto, monossido di carbonio e polveri sottili provenienti dal motore, questa nuova misura ridefinisce i confinidella responsabilità ambientale, coinvolgendo categorie di veicoli e parametri finora rimasti fuori dai radar normativi.
La tabella di marcia stabilita dalle istituzioni di Bruxelles è chiara e non lascia spazio a improvvisazioni, offrendo al settore industriale tempi certi per l’adeguamento tecnologico. Le case automobilistiche dovranno infatti progettare e omologare i nuovi modelli di auto e furgoni seguendo questi rigidi parametri già a partire dal novembre 2026.
Un anno dopo, nello stesso mese del 2027, l’obbligo di conformità verrà esteso a ogni singolo modello di vettura o veicolo commerciale leggero venduto sul mercato europeo. Per quanto riguarda invece i pesi massimi della strada, ovvero autobus e autocarri, la piena operatività della norma è stata programmata per il 2028, concedendo così al comparto dei trasporti pesanti un margine più ampio per gestire la complessità tecnica della transizione.
La vera rivoluzione introdotta dallo standard Euro 7 risiede nell’ampliamento dello spettro d’indagine: per la prima volta, l’attenzione si sposta anche su componenti meccaniche precedentemente ignorate, come il particolato generato dall’usura dei freni e lo sfregamento degli pneumatici sull’asfalto. Oltre a queste polveri, la norma monitorerà rigorosamente anche le emissioni di ammoniaca.
Un ulteriore pilastro della riforma riguarda la durata dell’efficienza ecologica, introducendo il requisito della “durabilità estesa”; ciò significa che ogni mezzo dovrà garantire il rispetto delle prestazioni ambientalidichiarate per almeno un decennio o fino al raggiungimento della soglia dei 200mila chilometri percorsi, assicurando che i benefici per il clima non svaniscano con l’invecchiamento del veicolo.
L’innovazione viaggerà anche attraverso il software, grazie all’integrazione di sistemi di monitoraggio a bordo chiamati OBA (On-Board Monitoring), capaci di analizzare le emissioni in tempo reale e di avvisare immediatamente il conducente qualora vengano superate le soglie consentite.
A corredo di questa architettura tecnologica nascerà il passaporto ambientale digitale, un certificato che accompagnerà ogni veicolo rendendo pubblica la sua impronta ecologica. Questo documento includerà dati certificati sui consumi e sui livelli di anidride carbonica, offrendo inoltre una sezione dedicata ai modelli elettrici e ibridi per descrivere con precisione l’efficienza e lo stato di salute della batteria.
Le proiezioni sull’impatto di queste misure delineano uno scenario di forte contrazione delle sostanze nocive: si stima infatti che le emissioni di ossidi di azoto (NOx) possano calare del 35% per le autovetture e di oltre il 50% per i mezzi pesanti rispetto ai limiti attuali. Anche la lotta ai gas serra riceverà una spinta significativa, con una riduzione della CO2 che, a seconda della tipologia di veicolo, oscillerà tra il 15% e il 45%.
Per evitare discrepanze tra i dati di laboratorio e l’uso effettivo, le procedure di omologazione includeranno test su strada in contesti quotidiani reali. I veicoli dovranno dimostrare la propria efficacia ecologica anche in situazioni critiche, affrontando temperature fino a 45 gradi o monitorando l’efficienza durante i brevi tragitti urbani, tipici degli spostamenti casa-lavoro.