Pubblicato il 6 Settembre 2026
I biocarburanti ricavati da materie prime rinnovabili rappresentano un’opportunità immediata e concreta per ridurre le emissioni, garantire la sicurezza degli approvvigionamenti energetici e salvaguardare la competitività industriale nell’Unione europea. È quanto emerge dallo studio di TEHA Group ed Eni presentato a Cernobbio; una ricerca che, con i suoi dati, conferma l’efficacia di una possibile svolta eco-razionale nelle politiche europee di decarbonizzazione nei settori della mobilità e dei trasporti.
Per evitare che la transizione energetica sostituisca la storica dipendenza dai combustibili fossili con nuove e pericolose vulnerabilità tecnologiche ed estrattive verso l’estero, l’Unione europea deve puntare su una via complementare che valorizzi le competenze e le infrastrutture industriali già attive sul territorio. La risposta più immediata e concreta a questa esigenza geopolitica arriva proprio dai biocarburanti. Le stime dello studio indicano infatti che oltre 170 milioni di veicoli diesel Euro 5 ed Euro 6, attualmente in circolazione sulle strade europee, possono essere alimentati senza alcuna difficoltà con l’olio vegetale idrotrattato (HVO, da Hydrodrotreated Vegetable Oil). Si tratta di un combustibile ecologico che si presta a essere utilizzato in purezza, senza richiedere alcuna modifica né ai motori né alla rete di distribuzione esistente. Tale possibilità di decarbonizzazione, inoltre, non si ferma su strada, ma coinvolge anche navi e aerei. Per le imbarcazioni è possibile impiegare l’HVO puro al 100%, mentre i voli possono abbattere il proprio impatto ambientale utilizzando il SAF (Sustainable Aviation Fuel), che può essere miscelato con il jet convenzionale fino a una quota massima del 50%.
Sempre secondo lo studio, un’analisi attenta dei dati reali consente di superare le storiche preoccupazioni sulla presunta concorrenza tra colture energetiche e alimentari. Le moderne bioraffinerie lavorano infatti scarti industriali, oli esausti da cucina e grassi animali residui. A queste risorse si affiancano oli ricavati da coltivazioni intermedie, piantate nei periodi di riposo dei terreni agricoli, o da colture avviate su aree dismesse e degradate. Questo schema produttivo non toglie spazio alla produzione alimentare, ma al contrario arricchisce la redditività delle aziende agricole e riqualifica territori abbandonati. Sotto il profilo sociale, dunque, la trasformazione delle vecchie raffinerie in moderni poli biologici rappresenta un’opportunità anche per rigenerare le aree industriali.
Come evidenzia lo studio, i biocarburanti possono offrire un contributo concreto nel percorso di riduzione delle emissioni all’interno di un mix pluritecnologico nei settori hard to abate. Una prospettiva sostenuta dal Cluster e che, guardando al quadro normativo europeo, evidenzia un cambiamento di scenario importante per il futuro della mobilità e dei trasporti: le istituzioni europee, dopo essersi concentrate a lungo sugli obiettivi di sostenibilità, stanno infatti indirizzando le priorità verso la salvaguardia del tessuto produttivo e l’indipendenza sul piano tecnologico in un contesto globale sempre più complesso. Con specifico riferimento al settore automotive, al centro del confronto istituzionale europeo troviamo due importanti provvedimenti normativi in risposta a questa duplice sfida: il Pacchetto Automotive e l’Industrial Accelerator Act. La bozza della Commissione per la riforma del settore automobilistico, formalizzata negli ultimi mesi del 2025, punta infatti a superare il bando assoluto dei motori termici per il 2035, rimodulando l’obiettivo di riduzione della CO2 allo scarico al 90%. Questo margine del 10% permetterebbe ai costruttori di compensare le emissioni sia attraverso l’uso di materiali a basso impatto (come l’acciaio green), sia tramite biocarburanti ed e-fuels. Questa maggiore flessibilità, d’altro canto, rischia di accrescere la vulnerabilità dell’Unione nei confronti dei mercati esteri. Proprio per sventare tale minaccia, le riforme sulla mobilità sono state abbinate a un secondo provvedimento, anch’esso in fase di discussione, l’Industrial Accelerator Act, concepito per tutelare la filiera produttiva continentale attraverso l’introduzione di rigidi requisiti “Made in EU”: per poter accedere ai sostegni pubblici, almeno il 70% del valore dei componenti dovrà essere generato entro i confini europei.