Pubblicato il 5 Febbraio 2026
Il rilancio del comparto automobilistico europeo sta subendo una brusca frenata, intrappolato in una serie di rallentamenti che ne compromettono l’efficacia. Nonostante i primi passi mossi lo scorso 16 dicembre, avessero lasciato intravedere alcuni timidi spiragli di apertura, la realtà dei fatti descrive uno scenario di sostanziale immobilità.
Ad oggi, infatti, si contano già due rinvii nella definizione delle Commissioni competenti per tradurre queste intenzioni in azioni concreto, impedendo al pacchetto di riforme di uscire da una fase di pura teoria. Questo stallo appare particolarmente critico in un momento in cui la tempestività d’azione sarebbe fondamentale per non perdere competitività sul mercato globale.
La Commissione europea sta infatti esplorando nuove strade per gestire i rapporti commerciali con l’Asia, orientandosi verso una maggiore flessibilità.
Nello specifico, le attuali direttive prevedono una possibile riduzione dei dazi sull’importazione di vetture elettriche, che oggi si attestano intorno al 45%. L’idea alla base di questa strategia è quella di concedere una riduzione del carico fiscale a quei produttori cinesi che accetteranno di allinearsi a prezzi minimi stabiliti.
In questo contesto di incertezza, il governo tedesco ha deciso di muoversi autonomamente, stanziando una cifra pari a 3 miliardi di euro per stimolare l’acquisto di automobili elettriche.
La particolarità di questa manovra risiede nella sua estensione anche ai modelli prodotti in Cina. Questa scelta non è casuale, poiché riflette i forti interessi delle aziende automobilistiche tedesche che hanno stabilito importanti basi produttive proprio nel territorio asiatico e puntano a un ulteriore consolidamento in quell’area.
La combinazione tra i ritardi di Bruxelles e l’apertura alle produzioni cinesi sta delineando un futuro complesso per l’industria automotive europea.
Se da un lato i vertici faticano a rendere operative le riforme necessarie, dall’altro le decisioni politiche ed economiche sembrano spingere verso un mercato globale sempre più interconnesso e meno vincolato alla produzione locale.
Il rischio concreto è che la lentezza nel definire i quadri normativi interni finisca per avvantaggiare esclusivamente i player internazionali, trasformando le timide aperture iniziali in un’occasione mancata per il rafforzamento dell’intera filiera automotive del continente, e rendendo, dunque, ancora più urgente una politica industriale comune e coerente che protegga il “Made in Europe” nell’automotive.